La fase di tempesta per le quotazioni petrolifere sembra essere passata. Dopo il raid iraniano contro due basi americane in Iraq, rappresaglia decisa a seguito dell’uccisione del generale Soleimani da parte degli Usa, non si è registrata alcuna esclation. A voler essere più precisi nei giorni seguenti all’attacco iraniano contro le due basi americane, il prezzo del petrolio ha prima rallentato la marcia per poi attestarsi su livelli più normali.

Con l’attenuarsi del clima di tensione tra Usa Iran, è logico chiedersi quale direzione potrebbe prendere ora la quotazione petrolio. La domanda al centro di questo post è la seguente: nei prossimi mesi il prezzo del petrolio salirà oppure diminuirà? 

Questo interrogativo se lo è posto Michel Salden, Portfolio Manager Commodities di Vontobel Asset Management. L’analista è partito da una considerazione ben precisa: dopo la rappresaglia concordata dell’Iran contro due basi americane (senza americani) in Iraq, la tensione tra Usa e Repubblica Islamica si è attenuata. Di conseguenza la probabilità di una guerra Usa-Iran (e di una conseguente terza guerra mondiale) è venuta meno. 

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I mercati hanno perfettamente compreso che il clima di tensione sia rientrato e infatti il prezzo del petrolio, esaurita la fiammata, è tornato ai livelli di inizio anno.

Ovviamente il fatto che la tensione si sia abbassata non significa che nei prossimi mesi non possano esserci ulteriori motivi di crisi. Del resto la presenza nell’area di numerose milizie più o meno controllate dall’Iran non solo rende possibili nuove escalation ma mette anche in pericolo la normale attività dei numerosi impianti petroliferi della zona.

Secondo Salden, se un importante impianto di produzione di petrolio dovesse essere attaccato ci sarebbe un balzo del prezzo del petrolio compreso tra i 5 e i 15 dollari al barile. Al netto di tali tensioni, il prezzo del petrolio dovrebbe aggirarsi tra i 65 e i 75 dollari al barile. 

L’esperto ritiene che nel lungo termine i rischi geopolitici non siano scomparsi del tutto. Ad esempio se la Repubblica islamica dovesse accelerare il suo programma nucleare, Israele non potrebbe restare con le mani in mano e sarebbe chiamata a reagire. Una situazione simile potrebbe creare lo spazio per un ulteriore aumento del prezzo del petrolio. Altro fattore in grado di impattare sulle quotazioni petrolifere è l’atteggiamento degli Stati Uniti. Non è un mistero che gli Usa si stiano ritirando a poco a poco dal Medio Oriente. Gli analisti sono concordi nell’affermare che il vuoto sarà coperto da Russia e Cina. Quali saranno gli effetti di questo riposizionamento strategico sulla quotazione petrolio?

Nonostante la domanda globale di petrolio sia destinata a rimbalzare nei prossimi anni, un livello di prezzo pari a 100 dollari al barile nel 2020 bloccherebbe la ripresa economica globale e rappresenterebbe un freno alla crescita del consumo energetico. Ad ogni modo l’analista è convinto che nei prossimi 5 anni il quadro resterà incerto a causa dell’andamento della produzione di scisto statunitense. 

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